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DOVE NON HO MAI ABITATO

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DOVE NON HO MAI ABITATO


Regia: Paolo Franchi. Sceneggiatura: P. Franchi, Rinaldo Rocco, Daniela Ceselli. Fotografia: Fabio Cianchetti. Musica: Pino Donaggio. Interpreti: Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Hyppolite Girardot, Isabella Briganti, Fausto Cabra. Italia 2017; colore; 92 minuti.


Un architetto concentrato sul proprio lavoro, solitario e insoddisfatto, vittima delle gabbie da lui stesso create. Una donna problematica, sposata con un uomo più anziano, un rapporto conflittuale con la figlia e con il padre, una donna che ha rinunciato a tutto per paura, perennemente in fuga. L’incontro sarà inevitabile, foriero di sollecitazioni, rivelazioni, entusiasmi, inquietudini. Ciascuno a suo modo ha azzerato sentimenti e passioni: lei nella solidità con pochi rischi di una vita borghese, lui nel nome di una carriera in cui si identifica. Torino si presta, con la sua luce profonda e defilata, a fare da fondale a questa che, prima che una storia d’amore (galeotta sarà la villa da ristrutturare) è un intreccio di rapporti familiari, difficili, sfilacciati, riverberati di padre in figlio, corredati da incomprensioni e assoluzioni, pronti a esplodere e già esplosi, erosi dalla negligenza e dalla caparbietà di sentirsi comunque migliori. L’inclinazione registica è un lavoro sotterraneo, sottilmente crudele, di scavo psicologico tenuto a freno con rigoroso senso del “divenire”, emotivamente culminante nel finale, fra i più intensi e convincenti del recente cinema italiano. Franchi (dopo Nessuna qualità agli eroi e E la chiamano estate, e relativi sciami polemici) gira un film di rarefatta e sincopata energia, un movimento d’anima e corpo che ruota dall’interno, mormorio lento e inesorabile, e sbuca fuori a tratti nel solco di scene madri che potrebbero esserlo ma in fondo non lo sono. Più che un moderno melodramma, un kammerspiel d’antico stampo, dal fascino struggente, come un racconto di Schnitzler, una ballata di Maupassant, altalena di sguardi, simmetrie di attese, raggelata frenesia di sensi che si mettono alla prova, giostrati con alchemico pudore e silenziosa condiscendenza dai due protagonisti, in stato di grazia e sottile equilibrismo.

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