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QUANTO BASTA

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QUANTO BASTA


Regia: Francesco Falaschi. Sceneggiatura: F. Falaschi, Filippo Bologna, Ugo Chiti, Federico Sperindei. Fotografia: Stefano Falivene. Interpreti: Vinicio Marchioni, Valeria Solarino, Luigi Fedele, Nicola Siri, Mirko Frezza, Alessandro Haber. Italia 2018; colore; 92 minuti.


La Toscana è tutta una luce. Degradante e armoniosa, mai accecante. Un panorama inconfondibile. Un paesaggio disegnato dal lavoro dell’uomo. Le colline, le strade, i casali, il verde dei campi, i profili, la trasparenza. Chiusi, la Valdorcia, le Crete senesi, è il set del nuovo film di Francesco Falaschi, grossetano classe 1961, che ritorna dietro la macchina da presa dopo alcuni anni di lontananza. “La Toscana è la terra giusta per perdersi e ritrovarsi” dice Falaschi. A perdersi e ritrovarsi in questo viaggio insieme geografico e psicologico che profuma di strade bianche, anche se asfaltate, sono Arturo, chef una volta stellato, finito in disgrazia che sconta una pena nei servizi sociali, e Guido, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger che frequenta, con esiti a dir poco stellari, un corso di cucina per ragazzi problematici. L’incontro funziona. Riottoso all’inizio, complice alla fine. Senza saperlo, entrambi “diversi” in una terra di mezzo, si prenderanno cura l’uno dell’altro, aiutandosi a crescere, a prendere coscienza di sé, dei propri limiti e assumersi le proprie responsabilità. “Lo spunto del concorso culinario – racconta Falaschi – nasce dal fenomeno dilagante dei cuochi guru, che sanno tutto di tutto, che vanno
in televisione a pontificare di questo e di quello, opinion leader e intellettuali del cui parere non si può prescindere: ora tutti vogliono diventare chef, ma poi è difficile dire se oggi davvero si mangia molto meglio di ieri”. In questo prendersi gioco, ma senza cattiveria, perché tutto il film respira di un’aria fresca e solidale, degli eccessi della creatività culinaria, è una battuta: “Il mondo ha più bisogno di un perfetto spaghetto al pomodoro che di un branzino al cioccolato”. Fra baccalà e timballi firmati Artusi, crisi e ricatti, melodiose avventure e buoni sentimenti, protagonisti di questo romanzo di formazione condito di umorismo, grazia e leggerezza, volano alto i due interpreti: Marchioni (Arturo), bravo e picaresco quanto basta, e soprattutto Fedele (il “Piuma” di Roan Johnson), che fraseggia il suo handicap con tenerezza e disinvoltura, nei margini di una malattia che è grave ma non gravissima (“autismo a basso bisogno di sostegno” viene diagnosticato), una recitazione fatta di sguardi eruditi e movimenti dialettici, appresa sul campo. “Frequentare questi ragazzi – dice Luigi - è stata una esperienza straordinaria, che umanamente mi ha arricchito, mi ha fatto crescere. Certo all’inizio mi sono documentato, ho letto, ho visto tutto il possibile, ma la differenza l’ha fatta relazionarsi con loro, ascoltarli, scoprire la loro sincerità: una autentica maestra di vita”.

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