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A PUGNI CHIUSI

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Spazio Alfieri, mercoledì 22 novembre ore 21.30

Regia: Pierpaolo De Sanctis. Sceneggiatura: P. De Sanctis, Alessandro Aniballi, Giordano De Luca. Fotografia: Niccolò Palomba. Musica: Andrea Pesce, Cristiano De Fabritiis, Daniele De Santis. Interpreti: Lou Castel. Italia 2016; colore; 75 minuti.


Ci furono i pugni in tasca cinquant’anni fa. Ci volle Marco Bellocchio per triturare l’ultimo salvagente alla piccola provincia italiana. E ci pensò Lou Castel, che di passaporto era svedese ma era nato a Bogotà (il padre scandinavo, la madre irlandese), a farsene carico, sguardo innocente, mistica luciferina, e completare l’opera. Lavoro sporco, lavoro necessario. Poi le cose cambiano ma qualcosa rimane fra le pagine chiare e le pagine scure della memoria. Il doc di De Sanctis (passato in concorso al Torino Film Festival) ricrea spazi e suggerisce traiettorie. Oltre l’immagine dell’attore, simbolo dei turbamenti di un’intera generazione. Attraversando una Roma sospesa tra archeologia postindustriale e relitti pasoliniani, scandito da “struggenti” immagini d’archivio, Castel si apre a un lungo flusso di (in)coscienza sul suo ruolo di attore e al tempo stesso di militante politico, in un generoso atto d’amore verso ciò che resta oggi del suo mestiere. Con la coscienza del tuffo in quel “prima della rivoluzione” (di bertolucciana memoria) che fa la differenza: “Io ho vissuto, prima del 68, un modo particolare di sperimentare. In ogni gesto, in ogni trovata, si cercava la liberazione interna, individuale, non c’era ancora l’esplosione sociale. Si tende a dimenticare questo fatto”. Liberazione individuale più che rivoluzione collettiva. De Sanctis pedina Lou Castel che crea una sua personale geografia romana, Ostiense, San Lorenzo, Parco Leonardo. Al peregrinare e ondeggiare della macchina cinema, Lou Castel si concede riconoscente. E affida le sue idee, la sua ascesa, le sue utopie, le sue sconfitte, calate in un mondo che simbolicamente non può che percepire come “vuoto” e “deserto”. Perché Lou Castel, attore maoista, vive ancora la sua contraddizione. Ed è lì che il film lo lascia: sulle scale di un multiplex alienante, mentre ritorna Ale per pochi fotogrammi, ancora con i pugni in tasca e il cuore in tumulto. Dice il regista: “Più che un documento biografico è una performance d’attore e una dimostrazione sul campo della necessità di indipendenza e resistenza in campo culturale, politico, civile, ma anche una riflessione sulla natura umana del singolo, dalla quale mai si può prescindere, nel fallimento come nella conquista”.

Il regista Pierpaolo De Sanctis ci parla del suo film "A pugni chiusi"