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MONOLITH

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Spazio Alfieri, lunedì 6 novembre, ore 21.30

Regia: Ivan Silvestrini. Sceneggiatura: I. Silvestrini, Stefano Sardo, Mauro Uzzeo, Elena Bucaccio. Fotografia: Michael Fitzmaurice. Musica: Diego Buongiorno. Interpreti: Katrina Bowden, Damon Dayoub, Nixon Hodges, Crew Hodges. Italia 2016; colore; 85 minuti.


Il cinema italiano ogni tanto esce dal seminato e dall’abitudinario. E imbocca nuove strade. Questa è quella che incrocia il fumetto. Non è la prima volta. Pensiamo ad esempio a L’ultimo terrestre di Gipi ispirato alla graphic novel Nessuno mi farà del male. Ma è la prima volta che l’adattamento per quest’ultima, che ha generato due albi, e quello per lo schermo, che ha prodotto il film, viaggiano in parallelo. Con la benedizione di Sergio Bonelli editore (la casa di Dylan Dog e Tex) che lo coproduce insieme a Sky Cinema e Lock & Valentine. Un progetto inedito quanto interessante, sviluppato e pensato in Italia ma con un cast e ambientazione americani, che segna anche il debutto alla distribuzione della neonata Vision Distribution. Il risultato è un prodotto di genere, un thriller ansiogeno, ad alta tensione. Sandra, convinta che il marito la tradisca, decide di raggiungere a sorpresa il coniuge per scoprire la verità. Si porta dietro David, il figlioletto di due anni. Niente paura. Viaggia sulla sua Monolith, un’auto supertecnologica, considerata la più sicura al mondo, invulnerabile a qualsiasi attacco esterno. Almeno così viene descritta. Però, e c’è sempre un però, l’imprevisto dietro l’angolo, quando lei scende e per errore non può più rientrare (tutto bloccato: la tecnologia non fa sconti) mentre il piccolo rimane all’interno, agganciato al seggiolino, rimpiangerà il vecchio, scomodo ma umanissimo Maggiolino. Per Sandra è una lotta e una corsa contro il tempo. Intorno a lei non c’è che il deserto (siamo nello Utah), per miglia e miglia. Ce la farà (ogni arma è buona) la mamma diventata guerriera ad aprire quella corazza di acciaio prima che diventi una bara? Sperduta nel nulla, sotto un sole rovente, o nel buio della notte, alla mercé di animali feroci (i coyote) e senz’acqua? “La storia, scaturita da
un’idea di Roberto Recchioni – racconta Silvestrini – mi ha appassionato fin da subito: univa una grande emotività universale, quella appunto dell’amore di una madre per un figlio, a temi molto contemporanei, come delegare alla tecnologia aspetti cruciali della nostra esistenza, magari senza nemmeno conoscerla a fondo”. Una vera montagna da scalare si erge d’improvviso, lei che credeva di essere da tutto protetta, per la nostra “madre coraggio”, certo un po’ sbadata, ma decisa a tutto pur di non arrendersi davanti a quello che sembra un destino ineluttabile. Silvestrini mescola con equilibrio le grandi contraddizioni del nostro tempo, come l’ossessione per la sicurezza, i demoni della genitorialità e le minacce di una tecnologia alla quale, nostro malgrado, ci troviamo ad affidare sempre più aspetti cruciali delle nostre vite.

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